19 Luglio 2017: Venticinque anni dopo la morte di Paolo Borsellino

219

Written by:

Paolo Borsellino fu ucciso dalla mafia in via D’Amelio, a Palermo, il 19 luglio del 1992. Con lui persero la vita cinque agenti della scorta.
Il 19 luglio 1992 il magistrato antimafia Paolo Borsellino sapeva di andare incontro alla morte. Forse non quel giorno, forse non in quella via D’Amelio nella quale si recava quasi ogni domenica per andare a trovare la madre. Ma sarebbe accaduto di lì a poco. Assieme a Giovanni Falcone, amico e collega nel pool antimafia voluto dal giudice Antonino Caponnetto, era arrivato troppo vicino alla “cupola”, il vertice della catena di comando della mafia. E si era spinto fino ad indagare sui legami tessuti dai boss con il mondo della politica, degli affari, della stessa magistratura.

Devo fare presto, non ho più tempo
Devo sbrigarmi, non ho più tempo“, ripeteva dal 23 maggio di quell’anno. Ovvero dal giorno in cui, sull’autostrada A29 che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo, Falcone venne fatto saltare in aria assieme alla moglie Francesca Morvillo, agli agenti Vito Schifani, Rocco Dicilio e Antonino Montanaro, agli altri membri della scorta Paolo Capuzza, Angelo Corbo e Gaspare Cervello, e all’autista giudiziario Giuseppe Costanza.

Nel suo ultimo giorno di vita Paolo Borsellino decide di pranzare a Villagrazia di Carini – una frazione di Palermo – con la moglie, Agnese, e i figli Manfredi e Lucia. Quindi li saluta, raccoglie la scorta e chiede di passare dalla madre. Alle 16:58 il corteo arriva in via D’Amelio, una strada senza uscita. Il giudice scende dall’auto e si muove verso il citofono. Farà appena in tempo a suonare: una Fiat 126 imbottita di tritolo esplode uccidendolo sul colpo, assieme ai cinque agenti della scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Si salva per miracolo solo un poliziotto, Antonino Vullo.

Pochi giorni prima di morire, parlando ad una conferenza organizzata all’università di Palermo, Borsellino ricordava Falcone spiegando: “La sua morte l’avevo in qualche modo messa in conto“. Pesò ogni parola, rivoltando continuamente tra le mani un accendino. Lo sguardo spesso rivolto verso il basso, le continue pause. L’attacco durissimo alle istituzioni, a quella magistratura “che forse ha più colpe di tutti“, allo stato che lasciò il suo collega “morire professionalmente, senza che nessuno se ne accorgesse. Denunciai quanto stava accadendo e per questo ho rischiato conseguenze gravissime” ma che erano necessarie, “perché alla morte di Falcone tutti avrebbero dovuto già sapere. Il pool doveva morire di fronte al paese intero, non nel silenzio“.

Il mistero dell’agenda rossa di Paolo Borsellino
Alla moglie disse: “Quando mi ammazzeranno, sarà stata la mafia ad uccidermi. Ma non sarà stata la mafia a volere la mia morte“, ha raccontato il fratello Salvatore in un’intervista. Borsellino sapeva troppo: doveva sparire lui ma dovevano sparire anche le sue carte. Così, una delle più drammatiche pagine della storia della repubblica italiana si condisce di un episodio misterioso ed inquietante. Borsellino non si separava mai da un’agenda rossa dei carabinieri che gli era stata regalata. Dentro custodiva appunti, indizi, prove. Era il suo testamento professionale.

Paolo Borsellino in compagnia dello scrittore e giornalista Leonardo Sciascia
Quella mattina, come sempre, l’aveva fatta scivolare nella sua ventiquattrore. Eppure, dal luogo del delitto sparì. Nessuno ne seppe più nulla. “Sappiamo, grazie alle perizie della polizia scientifica su un filmato video, che tra le 17.20 e le 17.30, l’allora capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli ebbe la borsa in mano e la portò in direzione dell’uscita di via d’Amelio – ha ricostruito la trasmissione Rai Files24 -. Sappiamo, dalle dichiarazioni rilasciate ai giornalisti da Arnaldo La Barbera pochi giorni dopo la strage, che la borsa fece tappa alla questura di Palermo. Sappiamo che la famiglia del giudice controllò la borsa dopo la strage, denunciando la mancanza dell’agenda. Sappiamo che il primo verbale di apertura della borsa fu redatto dalla procura di Caltanissetta il 5 novembre 1992, ben tre mesi e mezzo dopo la strage. Sappiamo, sempre grazie ai reperti fotografici e video, che la borsa nelle mani di Arcangioli era integra, senza segni di bruciature, mentre la borsa repertata dalla procura era parzialmente bruciata su un lato“.

La famiglia rifiutò i funerali di stato
Certamente – ha accusato il fratello – in via D’Amelio c’erano persone che aspettavano. E non potevano essere che persone dei servizi segreti. Non era alla mafia che interessava sottrarre l’agenda rossa“. Arcangioli fu indagato per il furto, quindi prosciolto dall’accusa “per non aver commesso il fatto“.

Il 24 luglio si celebrarono i funerali di Borsellino. In forma privata, perché la famiglia rifiutò le esequie di stato: la moglie Agnese accusava il governo di non aver protetto il marito. Fu scelta una chiesa di periferia, quella di Santa Maria Luisa di Marillac. Ciò nonostante, diecimila persone si accalcarono sul selciato per dare l’ultimo saluto al giudice. In modo civile e ordinato, benché pochi giorni prima, ai funerali dei membri della scorta la folla inferocita ruppe i cordoni dei circa quattromila agenti posti a difesa dei numerosissimi uomini politici presenti. Scandendo: “Fuori la mafia dallo stato. Fuori lo stato dalla mafia“.

Fonte: Ecco il link.

Condividi

Ultima Modifica: 19 luglio 2017

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *