Catania, costruita ai piedi del più grande vulcano attivo d’Europa e sulla faglia siculo-maltese, è la città a più alto rischio sismico del vecchio continente. Gli studiosi valutano che un terremoto della stessa forza di quello che la distrusse nel 1693 provocherebbe nella sola città oltre 150.000 morti. La metà della popolazione, come avvenne anche allora quando il centro abitato fu ricostruito con «criteri antisismici»: strade larghe, grandi piazze per la raccolta della popolazione e per i primi attendamenti, case solide con grandi pareti portanti al piano terra e strutture più leggere per le copertura e i piani più alti. Accorgimenti volti a ridurre il danno che, con il passare dei decenni, sono stati dimenticati al punto che Catania è stata dichiarata città sismica soltanto nel 1981, per la criminale volontà della classe politica di non porre ostacoli alla speculazione edilizia.

1472136656528.jpg--catania_e_la_citta_a_piu_alto_rischio_sismico_d_europa__ma_la_prevenzione_ancora_arrancaDa anni, infine, e soprattutto dopo ogni grande terremoto che ha sconvolto il nostro Paese, a partire da quello del 13 dicembre del 1990 nel Catanese, il rischio sismico e la necessità di mettere in sicurezza case e territorio sono entrati prepotentemente nel dibattito cittadino. Eppure, finora, poco è cambiato, se non gli obblighi imposti dalla normativa per le abitazioni di nuova costruzione. Ma la maggior parte della città è stata costruita negli anni del boom economico, spesso con materiali scadenti e a buon mercato, per non parlare della parte storica edificata tra il Settecento e l’Ottocento. Che fare? Gli esperti, e in particolare la Protezione civile, non si stancano di ripetere che bisogna agire in sinergia: i Comuni devono pianificare in modo corretto, gli imprenditori costruire a regola d’arte e i politici modificare la normativa. Diminuire la vulnerabilità del singolo immobile, infatti, non è sufficiente se il contesto su cui sorge è a rischio. Dunque vanno riconsiderate le scelte urbanistiche attraverso una pianificazione coerente con le indicazioni della Protezione civile e va inserita la microzonizzazione sismica e idrogeologica dei suoli nei piani regolatori. E occorre mettere in sicurezza tutti gli edifici pubblici, a partire da scuole e ospedali, e prevedere «vie di fuga», che in realtà andrebbero chiamate «vie di accesso» per gli eventuali soccorsi. Particolare attenzione va data ai centri commerciali, dove si radunano migliaia di persone, i luoghi oggi più a rischio, come un tempo lo erano le chiese.

A Catania il Comune ha effettuato la progettazione preliminare antisismica per tutti i plessi scolastici e procede via via ai conseguenti lavori in base ai fondi disponibili; ha inserito nel «Patto per Catania» stipulato con il Governo vari interventi per attenuare il rischio sismico; ha previsto nel «piano casa» a tutela del centro storico un premio dal 25% al 35% di volumi aggiuntivi per i privati che attrezzano i propri edifici con dissipatori sismici. Inoltre ha costituito un fondo di rotazione per fare i progetti indispensabili per accedere ai bandi pubblici, e ha in programma di riprendere l’educazione di protezione civile nelle scuole, nella consapevolezza che gli effetti di un terremoto variano se la popolazione sa come comportarsi. A questo è finalizzata anche la simulazione di emergenza terremoto prevista per settembre con il coinvolgimento degli abitanti.

Centrale, e particolarmente problematica, è la messa in sicurezza degli edifici privati perché i proprietari non possono o non vogliono sostenere i costi della prevenzione al punto che chi ha ottenuto fondi per il consolidamento degli immobili li ha usati, aggirando la legge, per miglioramenti estetici. Ma il problema dei costi è reale e affrontabile solo con appropriati interventi dello Stato che dovrebbe prevedere la detrazione fiscale dei costi degli interventi di messa in sicurezza antisismica, convenzioni con le banche perché eroghino mutui a basso costo, e una legislazione che premi chi si assicura contro i rischi da terremoto ed escluda dalle indennità statali chi non lo fa. Andrebbe prevista, inoltre, la disponibilità di case sociali dove ospitare temporaneamente chi è costretto a spostarsi nel corso dei lavori. Un approccio alla prevenzione finora inattuato.

Fonte: Ecco il link.

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Ultima Modifica: 29 agosto 2016

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