La bellissima Villa di Catania: Ecco com’era il Giardino Bellini cinquanta anni fa

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Varchiamo l’ingresso principale di via Etnea proiettandoci idealmente nel passato. Ma non andiamo troppo lontano, quando nel ‘700 il Giardino Bellini era proprietà privata di Ignazio Paternò Castello, principe di Biscari e, solo nel 1854, venne acquistato dal Comune di Catania.

Passeggiando lungo Corso Umberto I in direzione opposta al mare, ci si troverà di fronte uno dei polmoni verdi di Catania nonché il più antico dei giardini principali della città, il Giardino Bellini. Quest’area verde è il posto ideale per rilassarsi e trovare ristoro dopo le passeggiate alla scoperta delle magnificenze catanesi. E in realtà il Bellini deve essere annoverato tra queste ultime. La Villa – come viene confidenzialmente chiamata dai cittadini locali – si trova nel cuore di Catania, ha una forma di un rettangolo piuttosto regolare e venne aperta al pubblico per la prima volta nel lontano 1883.
Ad ovest del Giardino è posto il Viale degli Uomini Illustri: inaugurato nel 1880, è una strada in cui sono presenti i busti scultorei di personaggi noti della storia d’Italia e di Catania tra cui spiccano Giovanni Verga, Federico de Roberto e Luigi Capuana. Da vedere anche il Chiostro dei Concerti eretto nel 1879 in stile moresco ed utilizzato fino alla fine degli anni ’60 per concerti di musica classica; l’orologio il cui quadrante è costituito da piantine sempreverdi, e il calendario, anche questo fatto di erba, modificato ogni giorno dai giardinieri. Consigliamo a tutti i nostri ospiti una passeggiata nella Villa Bellini, uno dei luoghi di Catania dove trovare pace e relax. Tutte le altre attrazioni turistiche di Catania sono presenti nella nostra guida della città. Un tempo vi erano scritte e figure floreali che campeggiavano ai lati delle collinette: GIARDINO BELLINI, l’elefante simbolo della città sormontato dalla A di Sant’Agata, la Trinacria, le chiavi di violino, un passo di “Norma”. Oggi sono totalmente sparite, come lo sono i cigni, che hanno lasciato il posto a esanimi trampolieri di metallo.

Alla “Villa”, il tempo era scandito dal tondo calendario in erba situato sulla collinetta dietro la statua di Bellini: uno dei giardinieri del parco – allora come oggi – chissà se la notte dopo la chiusura o al mattino presto prima dell’apertura, aggiornava le cifre del giorno, e all’occorrenza, del mese e dell’anno. Era lo sfondo perfetto per le foto che molti conservano un po’ sbiadite, per consegnare alla storia personale le immagini col figlio, col nipote, con i famigliari o gli amici. Quello che colpiva favorevolmente lo sguardo erano le armoniche e scenografiche geometrie che, come ricami, circondavano il datario, curato con fare sapiente.

Sotto lo sguardo vigile del Cigno, a ridosso della vasca, le cifre delle ore e i puntini dei minuti rigorosamente naturali, facevano da riferimento alle colossali lancette di un mega orologio, che si dirigevano come enormi e infaticabili braccia in direzioni puntualmente esatte (oggi sono puntualmente ferme), ricordando a un passante distratto che era giunto il momento di comprare il pane che a casa si aspettava caldo, meglio se “cucciddatu” mentre il bimbo chiedeva se u purtau u pani papà; a un altro passante ricordava, invece, che era prossima l’ora di un appuntamento preso di fronte alla fontana dove pigramente, pur nondimeno vanitosi, nuotavano i cigni veri.

La domenica la musica permeava l’aria di arie d’opera e di brani di famosi compositori. L’orchestra, diretta dal maestro Pennacchio, si esibiva nel chiosco adibito a palco, mentre gli spettatori erano comodamente seduti e gustavano il profumo del gelsomino che veniva venduto. L’atmosfera era festosa e si tornava a casa sereni; la “Villa” era considerata all’epoca il più bel giardino d’Europa”. Narrano le cronache che Il Comune ebbe l’idea di creare un piccolo giardino zoologico, affiancando i cigni che persero così l’esclusiva. Ecco spuntare i pavoni, che giravano liberi e indisturbati per i viali, un pellicano e addirittura un elefante indiano, regalato alla città dal circo Orfei.

Nella zona dove viveva il pachiderma, non tanto pachiderma per la verità, ‘perché non era molto grande e sembrava vecchio e sofferente di nostalgia. Testimonianze affermano che lo avevano messo in un recinto basso e lui di notte è scappato ed è tornato al circo in piazza Alcalà’, il giorno dopo hanno messo dei chiodi lunghi così per non farlo scappare di nuovo’. L’elefante l’avevano soprannominato Tony. I bambini gli tiravano il pane e gli dicevano “Tony canta!” e lui faceva “uuurrrrhhhh”!!

Nella zona del chiosco della musica vi era un’ampia voliera con uccelli di varie specie tra le quali i pappagalli, naturalmente anche rossi e anche gialli. In una piccola vasca tutta per loro c’erano anche le anatre, “i pàpiri”, che tanto piacevano alle coppie innamorate, e ispiravano l’uomo a guardare negli occhi l’amata e a sussurrarle “paparedda do me cori”. Discorso a parte meritano le scimmie. ‘La più famosa era Ginu ‘ra Villa’. Era brutta e sgraziata e da qui il detto “au pari Ginu ‘ra Villa!” per prendere in giro qualcuno. Ce n’erano anche altre e dovevi stare attento che ti davano certi morsi se ti avvicinavi!

Dalle scimmie alle automobiline a pedali e le biciclette bisogna percorrere un centinaio di metri per arrivare al grande spiazzale della “Villa”, meta obbligata per i bambini che amavano scorrazzare tra nuvole di polverone che il terriccio, percorso dai piccoli mezzi, sollevava. Era solito udirsi qua e là il pianto di un ragazzino che si era sbucciato un ginocchio dopo una caduta, ma questo, se allarmava la mamma apprensiva, faceva sorridere il padre che pensava a quanto temprante doveva risultare quel ruzzolone per il vigore del figlio.

Poi vi era un trenino moderno che al massimo faceva ½ km all’ora. Era fine degli anni ’50. La “Villa” era più curata e i bambini si divertivano tantissimo a inseguirsi e fare le gare e magari alla fine nascevano delle amicizie e ci si ritrovava qui. Questa era “a Villa”, anima, cuore e agorà di una città che sognava, allora ancora in pieno boom economico, di essere la Milano del Sud, di gemellare Sant’Agata con la Madonnina, quella Catania dei catanesi fieri, quelli che, scriveva Brancati, sono un popolo che è nello stesso tempo – il diavolo sa in che modo – luttuoso e festaiolo, chiuso e rumorosissimo, di poche parole e di molte grida, sensuale e affettuoso, filosofo per natura e incolto in filosofia, l’unico che ami e apprezzi il sogno e la fantasia e l’ultimo fra i popoli che leggono opere di fantasia e di sogno. Ora sono ben desti e arrabbiati i catanesi. Pretendono di vedere risplendere e rifiorire, nel senso vero di questa parola, il Giardino del Cigno. E ai politici urlano furiosi che finalmente si destino anche loro, che siano fieri anche loro. Basta lavori incompleti, piante avvizzite e uccelli di ferro battuto.

Fonte: Ecco l’Articolo.

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Ultima Modifica: 12 aprile 2017

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