Fino ai primi decenni del 900 quando ancora la refrigerazione dei cibi era affidata alle ghiacciaie, a Catania era assai diffuso il commercio della neve dell’Etna.

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Essa era accumulata in montagna in cavità naturali, adatte allo scopo, dette neviere, e trasportata in città e nei paesi limitrofi con carretti coibentati in maniera rudimentale. Infatti, per evitarne lo scioglimento, i venditori di neve cospargevano il fondo del carro con uno strato di carbonella, ricoperto a sua volta di felci, al di sopra di quest’ultime si disponeva la neve avvolta in un telo di canapa protetto superiormente da un altro strato di felci. Il commercio e l’uso della neve furono proibiti, per motivi igienici, dopo la seconda guerra mondiale, cancellando così una tradizione secolare.

Ecco due testimonianze.
Il domenicano francese padre Giovanni Battista Labat, nel suo libro Voyage en Espagne et en Italie racconta che nel giugno del 1711, a Messina nel convento dell’ordine domenicano di S.Girolamo, gli fu servito, in una grande brocca, “vino refrigerato dalla neve” e che “un monaco appena vedeva una tazza vuota la riempiva senza perdere un istante“.

E Patrick Brydone, gentiluomo scozzese ,venuto a Catania nel maggio del 1780: “Gli abitanti di questo paese caldo, anche i contadini, dispongono di ghiaccio durante i calori estivi, e non c’è festa organizzata dalla nobiltà, in cui la neve non rappresenti una parte importante: una carestia di neve, dicono loro stessi, sarebbe più grave di una carestia di grano o di vino. Tra di loro regna l’opinione che senza le nevi del monte Etna, la loro isola non potrebbe essere abitata, tanto è divenuto necessario per essi questo articolo di lusso“.

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Ultima Modifica: 27 aprile 2016

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