I 91 anni del palazzo delle poste di Catania

Il 4 maggio del 1930 Re Vittorio Emanuele III inaugura il nuovo Palazzo delle Poste di Catania. Per la visita alla città, un tour de force di due giorni (il 4 e il 5 maggio), il Re era giunto a Catania a bordo dello yatch “Savoia”, mentre treni speciali sin dal mattino avevano riversato in città numerosissima folla, e rappresentanze dalla provincia. Il Sovrano col seguito (una folta rappresentanza di Ministri, onorevoli, maestri ci cerimonia della Real Casa, autorità civili e militari ndr) ha percorso le vie, fatto segno a continue manifestazioni di entusiasmo, mentre le campano dolio chiose suonavano a festa. Volteggiavano nel cielo squadriglie di aeroplani o dalle finestre si gettavano fiori (La stampa, 5 maggio 1930).

I lavori erano iniziati il 28 ottobre del 1922, con una cerimonia ufficiale per la posa della prima pietra alla quale era intervenuto il Re, insieme al Ministro delle Poste e dei Telegrafi onorevole Fulci, al sindaco socialista Eduardo Di Giovanni e al Direttore provinciale delle Poste e Commendatore dottor Musumeci (che due anni dopo diventerà direttore generale del personale presso il Ministero).

La durata dei lavori, quasi otto anni, si era protratta a causa delle notevoli difficoltà incontrate nell’affrontare il sottosuolo, nei primi due anni, per le opere di fondazione.

IL PALAZZO È BAROCCO E’ INNOVATIVO
Barocco. Il perché lo spiega l’articolo pubblicato in corso d’opera dalla Rivista delle Comunicazioni nel 1924 e conservata all’Archivio Storico di Poste Italiane: Il carattere generale della costruzione è simpaticamente intonato all’architettura locale. È noto, infatti, che la città di Catania subì una completa distruzione per opera di un terremoto terribile nel 1693; e che nella sua ricostruzione, nel disegno della nuova pianta della città e dei suoi principali edifici, ebbe parte precipua il Vaccarini, insigne architetto di quei tempi. Catania dunque ha tutto un carattere settecentesco con un vivace spirito barocco, che si manifesta con ogni mezzo tanto nei singoli edifici come nelle masse.
L’elemento barocco balza subito agli occhi semplicemente guardando l’imponente facciata, caratterizzata anche dall’utilizzo di pietre di colori diversi come la grigia pietra lavica e la bianca pietra di Ispica. Ad alleggerire il barocco (un barocco rivisitato) sono gli interni che, grazie anche a particolari decorazioni, assumono un carattere aristocratico.

Innovativo. In architettura è necessario rimanere nella tradizione, evolvendosi (…) Bisogna dai successivi punti di vista riguardare l’antico con spirito, con occhio nuovo (…) risuscitando non il passato ma la luce del passato (Marcello Piacentini, Francesco Fichera architetto siciliano, in “Architettura e Arti decorative”, X, giugno 1930. Archivio Storico Poste Italiane)

Innovativa e razionale è l’organizzazione degli spazi interni, a beneficio del pubblico e degli impiegati. Tradizionalmente nei Palazzi delle Poste il pubblico era accolto in un salone centrale, spesso illuminato dall’alto, ai cui estremi erano collocati gli sportelli dedicati ai vari servizi. L’architetto Francesco Fichera cambia radicalmente impostazione perché questi saloni gli sembrano rumorosi, poco o male arieggiati, con un lucernaio che non protegge a sufficienza dal caldo o dal freddo.
Fichera, invece, adotta per l’edificio una struttura a V così da ricavare al suo interno un grande cortile e ribalta l’impostazione tradizionale.
Con l’antico schema distributivo il Salone al pubblico veniva posto al centro dell’edificio e gli uffici di accettazione, smistamento, arrivo e partenza venivano spinti alla periferia; col nuovo schema, invece, il pubblico viene ad occupare la periferia; un secondo anello concentrico viene attribuito agli uffici di smistamento che insistono sulla Corte, in cui arriva e da cui parte il materiale postale. (Marcello Piacentini, Francesco Fichera architetto siciliano, in “Architettura e Arti decorative”, X, giugno 1930. Archivio Storico Poste Italiane)

In questo modo l’area riservata al pubblico è illuminata dai grandi porticati che delimitano l’edificio.

Nel presentare l’opera in corso, la Rivista delle Comunicazioni del 1924 sintetizza:
Il carattere dell’edificio destinato ad un pubblico servizio si manifesta infatti nelle line generali della composizione architettonica: ognuno vede che il piano terreno coi suoi ampi porticati, deve accogliere il pubblico; che il primo piano con i suoi balconi è sede di uffici e che nel secondo piano, dalle ampie finestre trifore, lavorano gli operatori intenti a trasmettere la parola attraverso quei fili fuggenti (del telegrafo ndr) dalla sommità dell’edificio.

Francesco Fichera, appassionato cultore e studioso dell’architettura della sua città, non poteva dimenticare il carattere speciale impresso dal Vaccarini alla risorta Catania; ma nello stesso tempo egli ha saputo genialmente innestare motivi moderni, imposte dalla modernità del tema, sul vecchio tronco delle linee sobriamente barocche, le quali predominano e danno all’edificio la sua propria fisionomia.

Un approccio razionale, quello dell’architetto Fichera, ed è un peccato che, per la sua complessità, il Palazzo delle Poste di Catania venisse inaugurato nel 1930 quando già si affermava un movimento architettonico di Architettura Razionalista ai cui esponenti la veste barocca dell’edificio pareva assolutamente innaturale nel mutare dei tempi.

Il Palazzo delle Poste, insieme ad opere dei più vari ingegneri e architetti, venne inserito in una provocatoria Tavola degli orrori, presentata a Roma nel 1931, nella Seconda Esposizione di Architettura Razionale del MIAR, Movimento Italiano per l’Architettura Razionale.

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